Lettera a Isao Takahata (1935-2018)

Il Maestro Isao Takahata è mancato il 5 aprile 2018.

Il critico e saggista Andrea Fontana, che già ha offerto a EVA IMPACT un suo scritto per il volume Evangelion Impact, ha voluto ricordare l’immenso regista Takahata con una toccante lettera che il Consiglio Direttivo pubblica di seguito, su autorizzazione dell’autore.

Andrea Fontana ricorda Isao Takahata (1935-2018)

Lettera di addio a Isao Takahata
di Andrea Fontana

Caro Takahata-sensei,

ho saputo della tua morte e all’improvviso mi sono sentito più solo. La tua scomparsa si trasforma nella consapevolezza universale che un gigante se n’è andato, come quando è mancato Stanley Kubrick o Osamu Tezuka.

Il tuo percorso autoriale è stato unico e particolare. Con estrema riluttanza hai attraversato e rappresentato la fase più cruciale della storia dell’animazione giapponese, diventandone icona e rappresentante. Non senza sofferenza, sia chiaro. Come quando, assieme al tuo giovane collega Hayao Miyazaki ti sei messo in testa di contestare il sistema malato e opprimente che ammorbava gli animatori. O come quando, alla fine degli anni Sessanta, hai deciso di fratturare l’intera concezione dell’animazione in Giappone, realizzando un’utopia bellissima che va sotto il nome de La grande avventura del piccolo principe Valiant. Quel film era qualcosa di mai visto prima e, naturalmente, fu un fallimento totale.
La tua carriera vivrà di questi alti e bassi, di un rapporto discontinuo con il pubblico. Alla Toei te l’hanno fatta pagare per quel fallimento, ma tu hai perseverato, creato cose grandiose. Sei stato protagonista nascosto di opere come Heidi, Le avventure di Lupin, il misconosciuto Panda! Go Panda! (un vero e proprio anticipatore del ben più famoso Totoro), arrivando a firmare un capolavoro come Anna dai capelli rossi.

Ricordo che, mentre il mondo celebrava Miyazaki, io continuavo a sottolineare la tua importanza. Anche nel periodo più florido del tuo percorso, quello dello Studio Ghibli, in tanti ti ricordano per poche e selezionate opere. Tutte bellissime, ovviamente.
Ricordo, ad esempio, come mi hai tramortito con la visione di Una tomba per le lucciole, il film sul dopoguerra giapponese, sulle sofferenze e la solitudine di due bambini in preda al caos e al male. Proprio quel caos che tu stesso ha vissuto durante i bombardamenti nella tua città natale nel 1945. Vidi Una tomba per le lucciole e piansi. Ma si poteva davvero fare animazione in quel modo, intrecciando crudo realismo con un senso di meraviglioso stupore per le cose?
Sei entrato nella mia vita e l’hai accompagnata sin da prima che sapessi chi fossi. E io, in punta di piedi, sono entrato nella tua opera, come quando ti ho studiato e studiato durante la stesura del libro che con Enrico Azzano ho dedicato allo Studio Ghibli. La parte su Takahata l’ho curata io e, ancora, è stato un viaggio bellissimo.

Ti ricordo con affetto quando, nel 2004, fosti invitato al Festival dell’animazione di Chiavari curato da Gianalberto Bendazzi. Allora ti avevano dedicato una retrospettiva e scoprii gioielli inestimabili, come Pioggia di ricordi, Pom Poko, I miei vicini Yamada. Tutti lavori in cui parlavi di te stesso ma anche del mondo che ti circondava. E lo facevi con quella nostalgia che da sempre ha accompagnato le tue opere, una nostalgia sincera e trasparente, da vero intellettuale quale eri. Ricordo che in quell’occasione ti feci una domanda. Non ricordo quale, ma mi hai risposto con estrema gentilezza. E poi ricordo che ci siamo incontrati, per strada. E ti ho chiesto un autografo. E tu mi hai guardato come se mi stessi chiedendo: “Perché è così importante che io ti faccia un autografo?”
Lo conservo ancora, ben incorniciato.

Ricordo quando, al Festival del cinema di Roma, invitato per un omaggio a Satoshi Kon, ho approfittato per godermi la retrospettiva sullo Studio Ghibli. E ho avuto l’occasione di vedere, su grande schermo, Yanagawa horiwari monogatari (La storia dei canali di Yanagawa), un documentario che è emozione pura e che è sintesi delle cose che hai sempre trattato. Un’ode alla vita, alla comunità, alla bellezza. Un’opera che doveva essere un film animato e che è diventato una scheggia impazzita nella tua filmografia.
Poi sei scomparso dalle scene. Perché ritenevi giusto dover raccontare le cose nei tempi e nei modi in cui volevi tu. Hai firmato e aiutato a coordinare Fuyu no hi, splendido film collettivo che è un tributo all’animazione ma anche all’arte degli Haiku. E alla fine hai compiuto l’ennesimo, ultimo miracolo. Il film dell’addio: La storia della principessa splendente. Eravamo in pochi, in sala, quando sono andato a vederlo. Adulto, ormai usurato da mille visioni, ormai conscio del tuo cinema, delle dinamiche della tua autorialità, mi sono seduto, al buio, per vedere il tuo addio al cinema. Ero pronto, mi dicevo. Eppure, ancora una volta, sei riuscito a sorprendermi. E ho pianto. Un capolavoro assoluto, un’opera che trascende il cinema in sé e racconta di noi e di ciò che sta oltre.

Ieri la notizia della tua morte si è diffusa velocemente e di te parlano tutti, anche chi non ti conosceva. E la tua morte, sorprendentemente, ha generato un vuoto assordante, il tonfo incredibile generato dalla caduta di un gigante. Un vuoto che, velocemente, è già colmato dalla pienezza delle tue opere.
Mi mancherai, Takahata-sensei. In veste di autore, naturalmente. Ma è così tanto quello che mi hai dato, che ci hai dato, che davvero non avrei potuto chiedere di più.

Sayonara.

Grazie, Andrea.
Grazie, Isao Takahata.

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